Ma gli androidi fanno sogni quantici? Detroit: Become Human – Recensione

Fai le tue scelte… la tua storia.

La Quantic Dream, studio francese di sviluppo di videogiochi soprattutto a base narrativa, ha sempre attirato la sua giusta dose di attenzione e curiosità nonostante la nicchia a cui titoli di questo tipo sono in genere (ahimé) destinati. Per ambizioni sperimentali, cura grafica e motion capture fotorealistiche, per storie coinvolgenti, soprattutto per l’interazione possibile con la trama: un range di scelte determinante per l’esito, che permette di fare vero roleplay.

Detroit: Become Human
Kara (2012) – cortometraggio in animazione 3D della Quantic Dream – Primo concept di gioco

Inutile dire dunque, da subito, che anche Detroit: Become Human rientra perfettamente nella categoria, in alcuni momenti superando i titoli precedenti, in molti punti dando un senso di “futuro del videogioco” che di rado si vede in giro.

Il titolo, in vendita solo per PS4 dal 25 maggio, è l’ultima fatica di David Cage, autore insieme ad altri della sceneggiatura e regista. Ambientato in un futuro (direi anche troppo) vicino al nostro, Detroit parla di robot, umanità e libertà in maniera molto classica e lineare, raggiungendo però un livello di “plasmabilità” della storia che sia Heavy Rain (2010) che Beyond: Two Souls (2013) guardavano col binocolo.

Ma andiamo con ordine.

Quell’androide sembra vivo! – COMPARTO TECNICO

Detroit: Become Human
Detroit: Become Human™ (2018)

Cominciare parlando di grafica e animazioni sembra la cosa più sensata, essendo questo un aspetto che spendendo poche parole si può promuovere a pienissimi voti. Quantic conferma infatti la sua immancabile cura del comparto tecnico, che non solo è in linea con quanto ormai tutti i giorni si vede su console nella corrente generazione, ma che spesso fa veramente rimanere con la bocca aperta.

La motion capture sempre più avanzata ha permesso animazioni facciali e fisiche incredibili, una cattura di sguardi ed emotività nelle espressioni che non poteva mancare in un gioco che si propone di coinvolgere il giocatore al punto da plasmare una propria versione della storia. 

Gli androidi sembrano vivi, somiglianti all’inverosimile agli attori che li interpretano, un risultato stupefacente e contornato da altrettanto meravigliosi effetti di luce e sound design a livello con tutto il resto. Ottimi anche doppiaggio e recitazione, seppur leggermente superiori in lingua inglese.

Per le ambientazioni, il più delle volte semplici corridoi o limitati spazi tridimensionali, è più appropriato utilizzare il termine “scenografie“, di nuovo per cura e fotorealismo.

Detroit: Become Human
La casa di questo personaggio è tra le ambientazioni più belle – Detroit: Become Human™ (2018)

I’m ALIVE! – TRAMA E AMBIENTAZIONE

Per un titolo come questo la trama è il cuore pulsante del videogioco, l’effettiva fonte del suo successo o fallimento (come è stato per Beyond). Siamo nella Detroit del 2038 e quella frase comincia a circolare un po’ ovunque. Androidi si ribellano ai loro padroni, scappano, rifiutano gli ordini, addirittura uccidono, credendo di essere molto più che semplici macchine.

La storia prosegue, nel corso di più di 30 capitoli, alternandosi tra tre personaggi principali: Connor, Kara e Markus. Tutti e tre androidi, tutti diversi e caratterizzati in profondità, empatici e carismatici. Aggiungendo i concetti di rivoluzione e investigazione, di tutto il resto è quasi impossibile parlare. Ogni giocatore plasma la propria storia, dà a Connor più freddezza o incertezza, a Kara impulsività o materno senso di protezione, a Markus vendicativa violenza di intenti o pacifismo di un leader illuminato.

In un lavoro che, di base, viene da più di 4000 pagine di sceneggiatura, da schemi narrativi che nemmeno Doctor Who o Inception (date un’occhiata agli interessantissimi EXTRA se siete curiosi) è quasi scontato che non si possa essere perfetti e coerenti al cento per cento. Qualche scelta può portare a colpi di scena che fanno storcere il naso, anche rigiocando e cercando di fare scelte diverse.

Esempio di colpo di scena poco riuscito - spoiler di endgame

Alzi la mano chi non ha sentito una brutta sensazione di “mmmm-forse-non-funziona”, dopo aver scoperto che Alice è in realtà un androide.

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Detroit: Become Human
Detroit: Become Human™ (2018)

Stesso tipo di imperfezione vale per l’ambientazione e il contesto narrativo, in parte trasmesso al giocatore tramite gli articoli delle riviste sparse e consultabili in vari momenti del gioco. Anche in questo caso, qualcosa sembra poco verosimile.

Nulla di quanto detto intacca davvero l’esperienza. I momenti toccanti non mancano nonostante i difetti, le scelte difficili e le sequenze d’azione concitata quasi turbano psicologicamente.

Insomma, seppur poco originale, aspirante a una somiglianza non necessaria a Blade Runner o alle storie di Azimov, Detroit: Become Human emoziona e coinvolge. Quantic Dream rende padroni i giocatori di qualcosa che davvero si percepisce come grande e rivoluzionario. Il gioco si rivela umano e di conseguenza imperfetto, per questo più efficace in ciò che voleva essere e (almeno a mio modestissimo parere) la migliore storia mai raccontata da David Cage finora.

Detroit: Become Human
Detroit: Become Human™ (2018)

Passi avanti… passi indietro – GAMEPLAY 

Per chi avesse ancora dei dubbi sul tipo di gioco cui ci troviamo di fronte, è perfettamente intuibile che il gameplay non è poi il centro della questione. Non significa che sia un aspetto di poco conto o secondario, piuttosto che tutto ciò che deve fare è soddisfare il bisogno di coinvolgimento che serve alla trama: dare la sensazione di stare quasi mimando le azioni dei personaggi con le dita e i movimenti del controller.

Più vicino alle meccaniche di Heavy Rain che a quelle di Beyond, si può forse parlare di passo indietro o di un ormai superato modo di giocare (basti pensare ai movimenti sixaxis che ancora richiede). Personalmente ho comunque apprezzato questa intenzione, l’allontanamento dal gameplay più “action-oriented” di Beyond che molto stona con un gioco a netta prevalenza narrativa.

Detroit: Become Human
Detroit: Become Human™ (2018)

Come già accennato, esistono poi due livelli di difficoltà, modificabili in qualsiasi momento e che influiscono, con significative differenze, su gameplay e storia.

La cosa più interessante dal punto di vista del game design rimane comunque una soltanto: i diagrammi. Permettendo di ricaricare da numerosissimi check point e di ripetere i capitoli per effettuare scelte diverse, Detroit ha di conseguenza un fattore rigiocabilità di tutto rispetto. I diagrammi sono chiari e stratificati, permettono di capire dove intervenire (aspetto particolarmente utile per chi volesse dedicarsi ai trofei).

Detroit: Become Human
Parte del primo diagramma di gioco – Detroit: Become Human™ (2018)

Spoiler su diagrammi importanti

Solo vedere che la primissima missione di Connor ha sei epiloghi diversi, che quella di reunion dei tre protagonisti ne ha almeno dieci… Le combinazioni possibili nel finale sfiorano il migliaio.

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Chloe, modello ST-200, chicca di “metagaming” deliziosa del menù principale, dice: “Ricorda che questo non è solo un gioco, è il nostro futuro”. La più importante riflessione che si può fare dopo un’esperienza come Detroit: Become Human forse è proprio questa. Come molte storie d’autore, ci invita a fare i conti con ciò che siamo e diventeremo, più di tutto con il nostro libero arbitrio. Un must-play per tutti gli appassionati di fantascienza videoludica, per chi ama avventure grafiche e abbia voglia di giocarne una versione/evoluzione sperimentale e simil-cinematografica, capolavoro di grafica ed effetti. 

Detroit: Become Human
Detroit: Become Human™ (2018)

Clicca qui per la recensione dei due giochi precedenti sviluppati da Quantic Dream!

Detroit: Become Human

Detroit: Become Human
8.9

Trama

8.0 /10

Gameplay

8.0 /10

Comparto Video

9.5 /10

Comparto Audio

10.0 /10

Pros

  • Colonna sonora meravigliosa e cucita addosso ai personaggi
  • Video e audio da WOW e che sanno di "prossima generazione videoludica"
  • Grande rigiocabilità
  • Storia coinvolgente e molti momenti toccanti (nonostante i contro)
  • Tematiche importanti e affrontate senza ricorrere a stereotipi o personaggi banali e poco profondi

Cons

  • Ambientazione non tanto originale e i cui dettagli lasciano a volte perplessi
  • Colpi di scena non sempre efficacissimi

Laura Collesano

Una vita all'insegna della dipendenza inguaribile da storie. Sono drogata da circa 27 anni e mai stata "sobria", forse neanche per un giorno. Che sia in forma filmica, cartacea o videoludica amo la narrazione e amo raccontare. Scrivo soprattutto di questo e altra mia grande passione: i dibattiti infiniti e più o meno calmi su personaggi, snodi narrativi, sotto testi... Basta vah ;)