Barriere e The Big Kahuna; il cinema contaminato dal teatro

Ci sono alcuni film che riescono a creare un ponte perfetto tra cinema e teatro; tra questi esponenti va citato Barriere, diretto da Denzel Washington.

Il cinema è sempre stato una mia passione, che continuo a coltivare andando ogni tanto alle sale vicino casa mia e cercando film interessanti tra gli scaffali dei negozi oppure su canali a pagamento o meno; è stato proprio su Sky Cinema che ho avuto la fortuna di poter vedere, alla distanza di circa un anno dalla sua uscita, Barriere, diretto ed interpretato da Denzel Washington e che annovera nel cast anche Viola Davis, tra l’altro premiata come migliore attrice non protagonista agli ultimi premi Oscar proprio per questa prova attoriale.

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Narrare di drammi familiari difficilmente riesce così bene con in Barriere, così come raramente si vedono temi così caldi, narrati con maestria e capacità.

Proprio dopo la visione di questa pellicola ho avuto l’ispirazione per gettare le basi di questo articolo che spero leggiate fino in fondo, non soffermandovi solamente sulle parole chiave o sulle didascalie delle immagine che vi troverete all’interno. Voglio parlare in queste righe del genere a cui appartiene Barriere ed altre produzioni similari. Non si tratta infatti di una semplice commedia o film drammatico, ma di qualcosa che va oltre e che coinvolge poi direttamente tutti gli altri reparti della produzione. Prima di tutto bisogna chiedersi cosa abbia di caratteristico la pellicola di Denzel Washington rispetto ad un’altra; la risposta a questa domanda può essere semplicemente riassunta con una parola: “teatro”.

Ciò che più traspare è il fatto di trovarsi non più di fronte ad un film tradizionale, ma ad una vera e propria interpretazione teatrale in cui vi sono lunghissimi dialoghi, spesso molto articolati e che richiedono particolare attenzione per essere seguiti dallo spettatore. Ci si ritrova davanti quasi sempre gli stessi ambienti, di solito una o più stanze, una casa o poco più. Alcuni personaggi possono uscire, andando altrove, ma molto raramente questi altri luoghi verranno portati sullo schermo e di solito è uno dei protagonisti a fare un riassunto di ciò che è accaduto di là. Si tratta indubbiamente di una tipologia di film non adatta a tutti, che pretende attenzione e non concede alcuna spettacolarità se non quella data dalla dialettica e dalle interpretazioni degli attori, che vengono messe a mio avviso più alla prova che in altre produzioni cinematografiche.

Soffermandomi ancora su Barriere, ho potuto ammirare ottime prestazioni da Viola Davis, Denzel Washington e dallo sconosciuto Stephen Henderson, che veste i panni del miglior amico del protagonista. Assieme a loro vi sono anche Mykelti Williamson, che ritorna in un film di rilevanza mondiale dopo aver interpretato Bubba in Forrest Gump, Russel Hornsby e Jovan Adepo, che interpretano due dei figli di Troy Maxson, il protagonista. Questi, assieme ad un’attrice bambina che apparirà nell’ultima scena del film e per poco tempo, rappresentano l’intero cast di Barriere ed evidenziano l’ultima caratteristica del genere film-teatrale. Pochi personaggi, ma estremamente caratterizzati e ben sfaccettati.

Personalmente ho veramente apprezzato la pellicola e non posso che fare un plauso anche alle ottime capacità dei doppiatori nostrani, indispensabili per permettermi di godere a pieno della produzione e in grado di conferirle quella giusta carica di cui aveva bisogno per risultare perfetto. Non è comunque un film per tutti e proprio per fare un ulteriore esempio, voglio parlarvi di The Big Kahuna, un titolo che mi ha colpito particolarmente proprio per le doti dei tre protagonisti. Tre sono i personaggi principali, interpretati da Kevin Spacey, Danny DeVito, che negli ultimi anni non ha più partecipato a produzioni di rilievo, e Peter Facinelli, noto successivamente per aver vestito i panni del padre vampiro della famiglia Cullen nella serie Twilight.

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The Big Kahuna è stato come una corrente di un fiume in piena per me, cioè letteralmente irrefrenabile. I discorsi taglienti e sagaci, quasi senza pause mi hanno incollato alla televisione nonostante il novantotto percento dell’intera pellicola fosse ambientata in una camera d’albergo, dove i tre protagonisti dovevano tenere un incontro con un potenziale cliente della società per cui lavorano. Come per Barriere, anche The Big Kahuna poggia la sua sceneggiatura su uno scritto fatto il per il teatro e messo in scena già anni prima; tuttavia, nonostante i puristi sicuramente diranno che è meglio andare direttamente al teatro a vedere spettacoli di questo tipo, io credo che questi due film siano stati in grado di portare in maniera eccellente uno scritto teatrale sul grande schermo. Non si tratta assolutamente di una ripresa fatta a teatro di uno spettacolo, ma di un vero e proprio film; piccolo, con pochi ambienti, attori, effetti, ma con tantissima sostanza.

I temi trattati risultano profondi, mai banali e addirittura così realistici da fare quasi paura. Difficilmente potrete vedere questi due film e non trovarvi di fronte a persone vere, che fanno un lavoro, hanno una vita e subiscono gli inevitabili sgambetti che quest’ultima fa loro durante la loro esistenza. I protagonisti vivono con le loro frustrazioni, con i loro fallimenti e con i loro successi. Sono persone che avevano dei sogni e che magari ancora li hanno là nel cassetto. Raramente mi è capitato di vedere tanta cura nel cinema e il fatto che The Big Kahuna sia stato un mezzo flop al botteghino mi rattrista enormemente dal momento che il potenziale era così tanto che sarebbe potuto letteralmente esplodere. Il problema principale è che probabilmente non è roba per tutti, come ho già detto; richiede tempo, sensibilità, molta attenzione perché altrimenti ti lascia indietro se stacchi il cervello anche solo per un istante.

Nonostante questo sono film che lasceranno un segno indelebile e che vi porteranno di fronte anche ad uno scontro generazionale senza banalizzare, cosa che non tutti riescono a fare. Io ad esempio, mi sono ritrovato a vedere Barriere in compagnia di mio padre e, sebbene su certi punti condividessimo lo stesso punto di vista, mi sono reso conto come a tratti io patteggiassi più per il figlio, mentre lui per il padre e protagonista effettivo. Il cinema dovrebbe essere anche questo, dovrebbe suscitare queste domande, queste emozioni e dare spunti per riflettere, ma ovviamente anche saper divertire è necessario.

Vi sarebbe stato un terzo ed ultimo film di cui avrei voluto parlare in questo articolo, ma purtroppo nel tempo che ho passato a stendere l’articolo sono successe molte cose, tra cui le accuse a Kevin Spacey per molestie (per darvi un’idea del tempo che ha richiesto questo articolo a me personalmente). Non sono riuscito a trovare poi il titolo di questo terzo film, nonostante ricordi distintamente la partecipazione di Al Pacino al suo interno e di altri tre o quattro attori in totale. Questo è forse pure un sintomo di quanto poco sia interessante per il grande pubblico un cinema di questo tipo e non posso che dispiacermene, dal momento che potrebbe essere davvero qualcosa di diverso e che premia enormemente le capacità degli attori ed attrici mostrando effettivamente di che pasta essi siano fatti.

Silvestro Iavarone

Classe 1993, studente universitario, che passa comunque ancora tanto e troppo tempo a videogiocare, nonostante tutto!

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