Un anno dopo il famigerato caso Cannarsi: riflessione sugli adattamenti

Del “discutibile” doppiaggio di Neon Genesis Evangelion avevamo parlato anche noi di qdss.it. Il caso Netflix-Cannarsi è stata una tragica pagina della storia dell’animazione giapponese in Italia, non senza tinte spassose e qualche spunto di riflessione più ampia, che proveremo a riproporvi in breve.

Ma prima veniamo alla lieta novità: a un anno dal doppiaggio 1.0 arriva un nuovo adattamento, come aveva annunciato Netflix questo gennaio ma senza fornire troppi dettagli sulle tempistiche o i nomi coinvolti.

Il nuovo direttore del doppiaggio è Roberto Stocchi (curatore del doppiaggio di svariati prodotti televisivi americani come Dexter, Parks and Recreation e New Girl), coinvolte nel progetto come collaboratrici anche Laura Cosenza, per i dialoghi, e Roberta Di Monte. Le voci dei protagonisti: Stefano Broccoletti (Shinji), Domitilla D’amico (Misato), Lucrezia Marricchi (Rei), Sara Labidi (Asuka), Barbara De Bortoli (Ritsuko), Oliviero Dinelli (Fuyutsuki), Roberto Draghetti (Gendo).

Netflix ha ufficializzato quindi il rilascio del nuovo doppiaggio e di NGE 2.0 con un video pubblicato nella pagina Facebook. Già dai primissimi frame possiamo tirare un sospiro di sollievo e godere del ben accolto cambiamento. Gli Angeli tornano ad essere tali (e non Apostoli!) e l’ordine sintattico delle frasi sembra di umana comprensibilità.

Neon Genesis Evangelion – Nuovo doppiaggio

Quello che state per vedere è un Angelo, e quello che state per sentire è il nuovo doppiaggio in italiano di Neon Genesis Evangelion, ora disponibile.

Publiée par Netflix sur Lundi 6 juillet 2020

La piattaforma dopo un’esplosione di meme, raccolte firme e commenti tra il disperato e il divertito di un anno fa, aveva infatti accolto la richiesta dei fan di ritirare il lavoro dello storico direttore del doppiaggio dei capolavori dello studio Ghibli, Gualtiero Cannarsi. Cercando di affrontare l’accaduto con ironia e leggerezza aveva pure preso bonariamente in giro il lavoro nei post di Facebook. E lo stesso Cannarsi non aveva fatto tardare le sue risposte al dibattito intorno al suo modo di adattare gli anime, con interviste e interventi anche su YouTube dai toni molto civili, forte della sua lunga esperienza e le sue convinzioni.

Oltre a questa doverosa ri-contestualizzazione di quanto era accaduto, non è giusto, “sparare a zero” sul primo adattamento proposto da Netflix di Neon Genesis Evangelion, non senza le dovute argomentazioni. Restate con noi se intendete approfondire con l’analisi che vi avevamo proposto.

Adattamenti e traduzioni: una storia di alta infedeltà

Neon Genesis Evangelion

Oh Gualtiero, oh Gualtiero… Prendendo subito una posizione, mi verrebbe da pensare:

“Come può una persona con certe convinzioni e metodi essere stato a capo di progetti così grossi e di tale responsabilità culturale… Per vent’anni poi!”.

Questa storia inizia con la decisione di Netflix di inserire nel proprio catalogo Neon Genesis Evangelion (1995), classicone in animazione giapponese ad opera di Hideaki Anno del genere mecha e post-apocalittico.

La storia di responsabilità (non so se intendere il termine in senso “criminale”) di Cannarsi e il suo epilogo lo conosciamo già. Un anno dopo potremmo anche metterci una pietra sopra. 

E ci sarebbe già tanto da ragionare a proposito di quanto accaduto. Quando si può davvero parlare di “danno culturale”? Perché succede tutto questo proprio con Evangelion? E Cannarsi ha ragione a difendere strenuamente il suo ruolo di “conservatore di ferro” della versione originale?

Youtube intera, Facebook, tutte le testate giornalistiche possibili e Marco Pagotto (che grida ancora “Perché io no?!”) si sono probabilmente fatti le stesse domande.

Neon Genesis Evangelion

Quando si parla di opere di estrema importanza culturale, educative e profonde, di storie colossali e filosofiche come in questo caso. Io credo non si possa non pensare al concetto di danno culturale. Adattare non pensando al pubblico di destinazione, ignorando quelle che per la sintassi e la semantica non sono “interpretazioni” ma regole, comporta dei danni effettivi. Il potere di una storia, dei messaggi che trascina con sé, la forza comunicativa della battuta detta nel modo giusto e, più di tutto, le sacrosante immersività e sospensione dell’incredulità ne risentono pesantemente.

Un film come appunto Porco Rosso, politico e comunicativo, libero e avventuroso cosa potrà mai trasmettere se hai passato gli ultimi dieci minuti a ridere per colpa di una battuta in opinabile e assurdo italiano? Insomma… e al pubblico chi ci pensa?!

Che sia giusto o meno continuare a sostenere di stare agendo per la fedeltà interpretativa, come fa Cannarsi, ebbene Netflix al pubblico ci ha pensato eccome. 

Neon Genesis Evangelion
Post ormai di più di un anno fa: l’intervento di Netflix spiazzò davvero tutti

Youtube più di altri mezzi ha avuto il suo ruolo significativo. Live su live, lettere aperte degli influencer e video d’opinione, coinvolgimenti dello stesso Gualtiero Cannarsi lanciatosi (nulla da dire) coraggiosamente nella fossa dei leoni…  Tutto ha contribuito a far arrivare le voci di folla ancora più forti e chiare all’orecchio di Netflix.

Persino citando uno degli strafalcioni di traduzione di Cannarsi, la dichiarazione d’intenti di Netflix ha confermato tante cose per la sottoscritta come per altri nel web. Prima di tutto ho subito pensato “Oh Ifrit, non era MAI successa una cosa del genere!”, non per lamentele, non per altri motivi che non fossero economici. Insomma riadattare e ridoppiare tutto avrà i suoi costi che mai e poi mai mi sarei aspettata che una qualsiasi produzione volesse spendere… due volte. Sbalorditivo “segno dei tempi” quindi il fatto che Netflix abbia preferito il parere del pubblico a qualche soldino in più (di cui comunque non credo abbia bisogno).

E tante altre sono le implicazioni di questi ragionamenti, di nuovo di natura economica: la classica questione della fidelizzazione del pubblico, di quanto è giusto ascoltarlo, di quando una particolare mossa è da considerarsi “paraculo” o semplicemente la cosa più giusta da fare… Per non parlare di altre produzioni che, da questo caso in poi, non possono che affrontare le questioni simili in modo completamente diverso: un precedente notevole quello di Netflix con Neon Genesis Evangelion.

Tengo a precisarlo, tutto quanto è opinione in questo approfondimento è il mio avviso e mio soltanto e non rispecchia necessariamente la posizione della redazione tutta… come nemmeno la verità scritta sulla pietra e consegnata come manna alle genti. Inoltre non è mia intenzione offendere o prendermela personalmente con Gualtiero Cannarsi, che è una persona di cultura e che lavora duramente, pagata per fare quello che fa. Le sue come le mie sono opinioni, no? E quindi sempre e comunque criticabili…

Cosa vuol dire tradurre e adattare: opinioni di esperti fedeli/infedeli

La “traduzione letterale” non esiste, è uno spauracchio da maestra di scuola media. Esistono traduzioni corrette, e indi fedeli, e traduzioni scorrette, per strafalcioni o invenzioni, e indi scorrette. Più una traduzione riesce a essere fedele, più è corretta. Perché è una TRADUZIONE: la sua fedeltà È La sua correttezza. È proprio così semplice, e tutto il resto non sono che fandonie e alibi e refugium peccatorum del non saper fare una traduzione CORRETTA. La lunga tradizione di patetici errori e ridicole reinvenzioni del nostro “glorioso doppiaggio” ne è la prova provata e fattuale.

Mario Maldesi, storico e illustre direttore di doppiaggio grazie a cui oggi possiamo goderci nella nostra lingua i meravigliosi insulti del Sergente Maggiore Hartman, parla così di fedeltà adattativa e del doppiaggio italiano. E non sarà il solo punto di vista di questa sezione, per chi volesse speculare con la riflessione più importante che può derivare dal caso Cannarsi. Ossia: cosa significa tradurre e/o adattare? Posso essere fedele e comunicare comunque al pubblico gli stessi messaggi, essendo questo pubblico completamente diverso dal target originale?

Neon Genesis Evangelion
Si soffre ancora a leggere “Apostolo”, vero?

Credo che le varie opinioni parlino da sé…

In realtà ben pochi di quelli che criticano gli animatori giapponesi sanno che essi sono in grado di produrre anche prodotti dolcissimi e di elevata qualità poetica, come Maple Town o Memole, serie i cui sfondi erano addirittura dipinti ad acquerello. Credo comunque che gli adulti abituati ai cartoni americani, facciano fatica ad apprezzare i cartoni giapponesi poiché questi ultimi danno molta più importanza alla qualità delle sceneggiature piuttosto che dei disegni: in altre parole, per coloro che sono abituati al linguaggio dei cartoni americani credo sia difficile comprendere il fascino delle serie nipponiche.

Bisogna fare una premessa fondamentale, che gli amanti dei cartoni animati giapponesi, cioè coloro che […] hanno dai 18 anni in su, dovrebbero farmi il piacere di capire: le trasmissioni all’interno delle quali gli anime vengono mandati in onda sono destinate a un pubblico da 6 ai 14 anni, e tutte le nostre scelte, sia in termini di tipo d’acquisto da operare che per quanto può riguardare eventuali tagli o cambiamenti di nome, sono fatte in funzione di questo pubblico specifico.

Alessandra Valeri Manera, giornalista e responsabile della programmazione per ragazzi di Mediaset, ancora oggi anche autrice di centinaia di testi per sigle di cartoni animati e canzoni per bambini.

Citato illustre e la cui scomparsa piangiamo ancora ogni sera:

Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire cosa significhi “dire la stessa cosa”, e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire -dire-. [… ]

Supponiamo che in un romanzo inglese un personaggio dica “it’s raining cats and dogs”. Sciocco sarebbe quel traduttore che, pensando di dire la stessa cosa, traducesse letteralmente piove cani e gatti. Si tradurrà piove a catinelle o piove come Dio la manda. Ma se il romanzo fosse di fantascienza, scritto da un adepto di scienze dette “fortiane”, e raccontasse che davvero piovono cani e gatti? Si tradurrebbe letteralmente, d’accordo. Ma se il personaggio stesse andando dal dottor Freud per raccontargli che soffre di una curiosa ossessione verso cani e gatti, da cui si sente minacciato persino quando piove? Si tradurrebbe ancora letteralmente, ma si sarebbe perduta la sfumatura che quell’Uomo dei Gatti è ossessionato anche dalle frasi idiomatiche.

[…] E se “it’s raining cats and dogs” lo dicesse, in inglese, un personaggio di un romanzo francese? Come si tradurrebbe in inglese? Vedete come è difficile dire quale sia la cosa che un testo vuole trasmettere, e come trasmetterla. Umberto Eco (Dire quasi la stessa cosa – Esperienze di traduzione, Bompiani 2003)

Neon Genesis Evangelion
E anche Zerocalcare aveva detto la sua con una simpaticissima vignetta (giugno 2019)

L’opinione di Gualtiero Cannarsi sul lavoro di adattamento

E poi c’è proprio lui: Gualtiero Cannarsi, che è giusto citare a sua volta anche per doveri di confronto e par condicio. Una citazione, tra l’altro, che tanto… troppo dice dei suoi lavori e che di seguito a Eco, mi spiace, sfigura un po’.

Oh, lo so che i miei dialoghi italiani, ancorché corretti in lingua italiana, possono suonare “innaturali” o “inusuali” alle orecchie di miei connazionali. Lo capisco. Non è una cosa che io ricerchi, persegua, o intenzionalmente operi. Non lo è mai stata e non avrebbe senso che lo fosse. Quello che io dico è che si tratta di un “effetto collaterale” all’operato di “fedele traduzione”. E credo sia un effetto collaterale comprensibile, non nefasto, necessariamente da accettarsi.

[…] I personaggi di un doppiaggio non dovrebbero “parlare italiano”, ma “parlare IN italiano” – ovverosia “dire le cose che dicono in quanto giapponesi esprimendole in un italiano corretto”.

E i giapponesi non dicono le cose che direbbero, in quelle stesse situazioni, degli italiani. A volte i giapponesi si scusano dove un italiano ringrazierebbe. […] C’è chi dice che imparando davvero una lingua straniera si impari a vedere il mondo e vivere in un altro modo (hint di approfondimento per gli interessati: il film “Arrivals”).

La linguistica e il percettivismo cognitivo sono molto legati, lo credo davvero. E credo anche che non abbia alcun senso operare una “traduzione” che invece di presentarci i contenuti dell’originale li rielabora alla buona nei percorsi mentali del popolo che parla la lingua d’arrivo. Questa cosa, semplicemente, non serve. Mentre la traduzione altro non è che un processo di servizio, il cui prodotto è un falso bastardo senza alcun valore intrinseco se non il suo servire. A capire il contenuto linguistico, culturale, mentale dell’originale.

Dunque in questa idea di traduzione, la lingua d’arrivo si mette al servizio, con tutte le sue possibilità, della lingua d’origine. Del contenuto, dell’espressione dei contenuti della lingua d’origine. Il compito della traduzione, anzi la sua unica ragion d’essere, è traslare, preservando, quei contenuti nell’esporre nella forma linguistica d’arrivo. Questo andrà comunque a ledere, a intaccare quei contenuti, poiché ogni lingua è invero un unicum di forma e contenuti, un sinolo, ma lo scopo della fedeltà della traduzione è minimizzare quella perdita.

Lo scopo della traduzione È la sua fedeltà.
Una traduzione o è massimamente fedele, o NON è una traduzione. Una traduzione o è fedele, o non è.

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Tanto si potrebbe dire, prima di tutto sulla comprensibilità di quanto dichiarato qui. Quello che Cannarsi sostiene, in soldoni, non è così campato per aria come non può che qualificarsi come opinione condivisibile e rispettabilissima. Eppure, sono profondamente convinta che lui dimentichi o deliberatamente ignori una componente fondamentale, anzi il fine ultimo di una storia: la comunicazione di un messaggio.

La traduzione, l’adattamento (cose diversissime) sono solo strumenti al servizio di questo fine, servizio che lui sì cita ma che non credo consideri il soggetto servito. Se il suo scopo è di aiutare a comprendere l’originale “suggerendo” il contenuto in italiano corretto, non si può ignorare che oltre che corretto questo italiano dovrebbe essere comprensibile. Lui “ci prende in pieno” parlando di servizio ai contenuti da trasmettere ma cade in estremizzazioni del concetto di fedeltà che finisce per essere (nei fatti della sua traduzione) prioritaria rispetto al contenuto stesso.

Appunto “dire quasi la stessa cosa” ma a persone diverse richiede necessariamente elasticità di adattamento, cosa in parte espressa dalla Valeri Manera. Il fatto che il bidello dei Simpson in italiano abbia un accento sardo (parla scozzese nell’originale) è una scelta intelligente. La variazione dialettale benissimo rende l’intento contenutistico/di messaggio iniziale ma è una cosa che sicuramente si può considerare “infedele”…

E per quanto auspicabile e sacrosanto, l’intento di fedeltà e aderenza all’originale non devono assolutamente inficiare questo scopo più alto di comunicazione. Non m’importa se si tira in ballo la natura di un lavoro meraviglioso, faticoso e per veri intellettuali, come quello dei signori sopra citati… la professionalità di questi ultimi non viene meno. Anzi, molti di loro (la buon’anima di Eco sopra tutti) direbbero proprio che servire nel modo migliore tale scopo è senz’altro il più grande orgoglio e la vera riuscita del loro lavoro.

Neon Genesis Evangelion

Oh Lucky Red, prendi esempio da Netflix!

Un anno fa, molti degli anti-cannarsiani che hanno convinto Netflix non hanno perso tempo a rivolgere le stesse rimostranze anche verso Lucky Red. Il noto tramite italiano dei lavori dello studio Ghibli sembra ancora in accordo con Gualtiero Cannarsi per gli adattamenti. Nulla da dire sul desiderio di avere delle traduzioni ben fatte di tali capolavori, anche se la tempesta aveva quasi spinto il social media manager della produzione sull’orlo di una crisi di nervi…

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Solo un paio degli anti-cannarsiani e scatenatissimi commenti sulla pagina di Lucky Red.

E verrebbe da chiedersi: “perché proprio in quel momento tutta questa tempesta? Dopo vent’anni di adattamenti con Gualtiero…”. Come già accennato, la gente da anni pubblica meme su meme che ironizzano sui dialoghi di Cannarsi. Lo scontento è ormai di vecchia data. Il pubblico credeva forse di non venire ascoltato, per quanto continuasse a far sentire la propria voce? Lucky Red ascolterà dopo questo clamoroso precedente e considerato ora l’effettivo rilascio di un nuovo doppiaggio e l’ottima risposta del pubblico? Dovrebbe farlo?

Per chiudere questi interrogativi, credo semplicemente che il caso Neon Genesis Evangelion sia solo stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il culmine della classica frase “e che **, a tutto c’è un limite!”.

In difesa di Lucky Red, ma non di Cannarsi, intervengono i discorsi economici, ma anche pratici da un punto di vista organizzativo e di tempistiche. Abbiamo anche una minima idea di cosa significherebbe (quindi di cosa è significato per Netflix con Neon Genesis Evangelion), riadattare e ridoppiare TUTTO ciò che è stato il lavoro di Cannarsi per lo studio Ghibli?

Insomma è un desiderio che anch’io condivido ma che ora come ora sembra più una mitica e forse improbabile eventualità. Chiamatemi pessimista oppure no, ma credetemi: la vedo davvero dura da vincere.

Neon Genesis Evangelion

E mi sono protratta anch’io fin troppo con le riflessioni. Per chi si fosse perso l’analisi di un anno fa, spero sia stata una lieta ri-proposta.